Durante i suoi sette anni di produzione fotografica, Tina Modotti utilizzò solamente due macchine per scattare: una Korona e una Graflex.

Vediamo meglio quali sono le caratteristiche che contraddistinguono questi strumenti fotografici.

Korona

La Korona è la macchina fotografica regalata a Tina Modotti dal compagno Edward Weston e con cui scatterà le sue prime fotografie. Di questo periodo, in cui la Modotti vede sorgere la sua passione e inizia a dedicarsi sempre più assiduamente alla fotografia, fanno parte alcune tra le sue opere più belle.

La Korona è una field camera (fotocamera da campagna), ovvero una macchina fotografica di legno a soffietto, specializzata all’uso al di fuori dello studio perché, senza le antiche cassette, risulta più facile da trasportare. La differenza sostanziale tra fotocamere da studio e fotocamere da campagna sta nella facilità di trasporto. La Korona poteva essere ripiegata su se stessa e possedeva dei manici in pelle che la rendevano molto simile a una valigia di quegli anni.

 

Macchina fotografica Korona a soffietto
Macchina fotografica Korona compressa

 

 

 

 

 

 

 

 

La nascita delle fotocamere Korona è erroneamente spesso associata alla Gundlach Optical Company, ma è stata la Milburn Camera Company, fondata da Gustav Milburn nel 1894, a creare le prime fotocamere con il nome “Korona”. Ernst Gundlach, meccanico di Berlino, acquistò poi la società di Milburn nel 1896 e dopo anni di viaggi, decise di continuare la produzione di microscopi e macchine fotografiche.

La Korona Hand Camera fu persino annunciata nel numero di ottobre 1894 del ‘The American Amateur Photographer’ (pagina 479). L’articolo parlava di: “Un nuovo stile di fotocamera a mano che sembra avere diversi punti di merito che sono degni di attenzione”. L’annuncio menziona anche la nuova Korona come una “fotocamera universale” che potrebbe essere “posizionata su un treppiede per il lavoro di visualizzazione o utilizzata come fotocamera a mano”. La macchina fotografica offriva prestazioni ottimali, per cui era utilizzata dai fotografi pubblicitari e dagli amatori.

Più tardi le fotocamere Korona prodotte dalla Gundlach Optical Company adottano un design più tradizionale rispetto all’originale Korona Hand Camera, con interni in legno lucido di colore rosso scuro e hardware in ottone nichelato.

Queste fotocamere non usano pellicole in rotolo, ma lastre di pellicola, disponibili da dimensioni relativamente piccole, con lastre 4×5’’, fino alla grande lastra 8×10’’ che offre una qualità e un dettaglio incomparabili; sono ideali per la fotografia architettonica e per eliminare qualsiasi distorsione geometrica dovuta alla prospettiva.

Nel 1929 Tina Modotti acquista una nuova fotocamera: la Graflex, in modo da andare in contro al suo nuovo stile.

 


 

Graflex

Nel 1926, durante un viaggio a San Francisco per accudire la madre malata, Tina Modotti riceve consigli da Dorothea Lange, Imogen Cunningham e Consuelo Kanaga e compra una fotocamera Graflex 3′ x 4′, più simile a quella usata dal fotografo, fotoreporter e scrittore statunitense Weegee, che all’ingombrante Korona di Weston.

La Graflex, reflex a lente singola, costituisce la svolta tecnica decisiva per la carriera fotografica di Tina Modotti.

Con il progredire del suo coinvolgimento politico infatti, Tina passa dallo studio alla strada, fotografando la gente comune e la realtà circostante, diventando l’antesignana della street photography. In questi ritratti viene privilegiata l’inquadratura dal basso verso l’alto, forse per semplificare la gestione della pesante fotocamera Graflex; con questa, la luce diventa più radente e sfumata all’interno delle immagini, senza passaggi troppo bruschi da chiaro a scuro.

I lavori di questo periodo sono stati criticati per l’imprecisione e la mancanza di nitidezza. Occorre tuttavia considerare che la Modotti lavora nell’epoca di fotocamere pesanti e poco versatili. Così anche la sua Graflex, seppur innovativa e capace di immagini di eccezionale qualità, non consentiva di assestare l’inquadratura velocemente e con libertà, rendendo impossibile la composizione precisa e totalmente spontanea che sarebbe stata permessa di lì a poco dalle piccole e più leggere Leica. Ciononostante, la sua produzione fotografica venne pubblicata da molte testate giornalistiche dell’epoca per l’efficace potere descrittivo, testimonianza dell’eccezionale capacità della Modotti di creare immagini fedeli alla realtà.

La prima delle fotocamere a marchio Graflex, prodotta nel 1898, fu il modello Graflex nota anche come Graflex Reflex o Graflex single lens reflex.

 

Macchina fotografica R.B. Graflex Series B, modello usato da Tina
Macchina fotografica R.B. Graflex Series B, modello usato da Tina

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa fotocamera utilizzava lo stesso meccanismo di visualizzazione del soggetto che troviamo oggi nelle moderne reflex a obiettivo singolo: finalmente era possibile vedere il soggetto fotografato direttamente nel pozzetto (attraverso lo specchio ribaltante) senza dover usare il panno nero. Divenne, per questa caratteristica, rapidamente diffusa nella fotografia di ritratto, artistica e per la stampa. Grazie a ciò e alla maggior portabilità della fotocamera, Tina Modotti può sperimentare differenti angoli di ripresa e di altezza. Inizia il periodo di street photography di Tina.

Questa macchina era dotata di un otturatore a tendina sul piano focale, che permetteva tempi di posa brevi tali da evitare il mosso e soprattutto di fare a meno dell’ingombrante cavalletto:  fu proprio quest’ultima tra le innovazioni a riscuoterle maggior successo sin dalla sua nascita. L’otturatore a tendina era composto da due tendine in tessuto gommato impermeabile alla luce, che scorrevano successivamente sul piano focale lasciando aperta una fessura che imprimeva con la luce la lastra fotografica. Agendo sui comandi il fotografo decideva l’ampiezza della fessura e la velocità della tendina a secondo della quantità di luce che cadeva sul soggetto e della necessità di fermare il movimento del soggetto stesso.

Le dimensioni della macchina erano relativamente compatte, ma la ricerca per una maggiore compattezza e portabilità si spinsero ancora in avanti nei decenni successivi con l’introduzione del mirino a telemetro che permise inquadrature ancora più semplici e luminose, l’eliminazione della scatola a specchio e, conseguentemente, un’ulteriore riduzione di ingombro e peso. L’eliminazione dello specchio portò poi all’abbandono dell’otturatore a tendina sul piano focale e l’adozione dell’otturatore centrale situato all’interno dell’obiettivo: quest’ultima innovazione ridusse ulteriormente le dimensioni della camera, aumentò la nitidezza delle immagini, eliminando le vibrazioni e favorì la sincronizzazione con i lampeggiatori.

 


 

In una lettera indirizzata a Edward Weston, Tina Modotti scrive:

Berlino, 23 maggio 1930

«Ho iniziato a uscire con la macchina fotografica ma nada. Tutti mi dicono che la Graflex è troppo visibile e ingombrante; tutti qui usano macchine molto più compatte. Naturalmente ne comprendo i vantaggi; non si attira tanto l’attenzione; ho anche provato una meravigliosa macchinetta, proprietà di un amico, ma non mi piace lavorarci come con la Graflex. (…) So che il materiale che si trova per strada è ricco e meraviglioso, ma la mia esperienza dice che il modo in cui sono abituata a lavorare, pianificando lentamente la mia composizione ecc., non è adatto a questo tipo di lavoro. Quando finalmente arrivo alla composizione e all’ espressione giusta, l’immagine se n’è andata.»

 

Edward Weston – Tina con Miguel Covarrubias – Unico scatto in cui Tina viene ritratta insieme alla sua macchina fotografica – © Comitato Tina Modotti