Tina Modotti – Chitarra, falce e cartucciera, 1927

Lo stile di Tina Modotti, specie quello della maturità artistica, è legato a doppio filo all’esperienza personale e all’attività politica e rivoluzionaria. Per lei l’obiettività della fotografia è al centro di tutto; ci sono poi coscienza politica e attivismo sociale, che sfociano in nature morte politiche.

Nonostante gran parte della sua produzione sia andata dispersa o rimasta in mano ai privati, guardando le sue immagini si può percepire una crescita sempre più personale. Si coglie così un veloce passaggio da una prima fase in cui dominavano le nature morte e i ritratti, in stretto rapporto con Weston, a una maturità artistica con la fotografia “della rivoluzione”.

La militanza politica di Tina Modotti si fa immagine e infine corpo nei volti e nelle masse – come in “Campesinos alla parata del Primo maggio” – quindi nelle persone. Nell’altro Tina ricerca la sua passione per la vita e per l’arte. La sua sensibilità le permette di avvicinarsi anche ai più fragili e agli indifesi. Lo testimoniano le numerose fotografie di bambini, che con delicatezza sfiorano ma anche smuovono gli animi dei più adulti.

Lo stile di Tina Modotti è in definitiva influenzato dal celebre fotografo Edward Weston che, ancor prima di insegnarle a scattare, la proiettò davanti all’obiettivo come modella. Tina è, di fatto, fin da subito abituata a concepire l’avanti e il retro dell’immagine; viene spesso ripresa e colta dal mirino di altri fotografi, ma si dimostra anche capace di proiettare il proprio immaginario al di fuori di sé, attraverso le sue inquadrature.

Nel primo periodo della sua produzione, che va dal 1924 al 1927, è evidente l’insegnamento del maestro Edward Weston. Ma oltre al formalismo organico dei soggetti floreali, prevalgono l’architettura e le forme geometriche di un costruttivismo ereditato dalla scuola del Bauhaus tedesca. Anche il padre di Frida, Guglielmo Kahlo, fotografo di architettura, è un modello importante per Tina Modotti, da cui coglie il minimalismo e l’essenzialità; la potenza della geometria. In alcuni scatti le fotografie ricercano la forma – le geometrie generate da luci e ombre sono pura ricerca estetica, come in “Gigli” o “Tela sgualcita” – al fine di raggiungere l’equilibrio visivo.

Tina Modotti, Gigli, Messico, 1925

Tina Modotti, Tela sgualcita, Messico, ca. 1924

Tina Modotti, Campesinos alla parata del 1° maggio, Messico, 1926

Durante la relazione con Weston, Tina Modotti si cimenta anche nella ritrattistica. A differenza sua, però, Tina predilige un approccio più personale e meno organizzato.

In seguito, con la partecipazione politica, la sua fotografia si fa realista senza perdere il forte valore simbolico del primo apprendistato. Se i soggetti umani sono immortalati nella spontaneità quotidiana del lavoro, i ferri del mestiere diventano protagonisti di immagini allusive e organizzate per lo scatto fotografico.

In questa evoluzione tematica e stilistica, il fil rouge che lega le sue fotografie è, se così si può dire, l’uso “sineddotico” dell’inquadratura. In altre parole, Tina Modotti utilizza una parte per il tutto, una porzione di spazio, di un corpo o di un oggetto, per rappresentare un concetto, un’idea, un pensiero.

I detrattori di Tina Modotti hanno spesso sottolineato la scarsa nitidezza delle sue immagini e l’imprecisione tecnica di molte sue fotografie. La macchina fotografica Graflex che utilizzava, in effetti, era più adatta a lavori in studio piuttosto che ad inquadrature dinamiche e all’aria aperta, anche a causa del suo ingombro e del suo peso.

Questo è evidente nella serie di scatti realizzati a Tehuantepec. La stessa Tina confessa, in alcune lettere scambiate con Edward Weston, la fatica che impiega nel realizzarli, perché quando è pronta a scattare le donne aumentano il passo; sono immagini scomposte, “in ritardo” rispetto a quello che voleva immortalare.

Tina Modotti, Al mercato di Tehuantepec, 1929

Tina Modotti, Al mercato di Tehuantepec, 1929

Tina Modotti, Le donne di Tehuantepec portano frutta e fiori sulla testa, dentro zucche dipinte chiamate jicapexie, 1929

Per questa ragione definire il lavoro di Tina un reportage è difficile. I reporter si muovono per le strade con macchine piccole che facilmente colgono l’accadere, come è evidente nella fotografia di Henri Cartier-Bresson, uno dei massimi esponenti del fotogiornalismo. Quella di Tina è invece una fotografia lenta, che entra in contatto con le persone che ritrae, non per un interesse antropologico ma puramente personale.

Come succede per altri autori, la parte testuale accompagna, interseca e completa la parte visiva. Le fotografie di Tina Modotti acquistano ulteriore senso nel momento in cui vengono accostate al ricco storico di scritti redatti dall’autrice, che conta a sua volta un’assidua corrispondenza di lettere.

Le parole riportate su carta fanno eco ai forti messaggi lanciati dalle fotografie e viceversa; le lettere destinate a singoli si trasformano, in un secondo momento, in messaggi universali.

Le missive che Tina Modotti indirizza a Edward Weston, suo maestro e amante, non sono altro che riflessioni sulla vita, sull’arte e sulla sua produzione; sono considerazioni rispetto al suo operato, prima artistico e poi esistenziale; sono ragionamenti rivolti a sé stessa prima ancora che all’interlocutore, nel tentativo di coniugare il mondo fuori da sé e dentro di sé.

In ultima istanza, questo tentativo si risolve nell’abbandono della pratica fotografica. Oltre al limite tecnico della sua Graflex rispetto alla concezione che Tina ha della fotografia, c’è un motivo più forte che la allontana definitivamente da essa: ad un certo punto il fragile equilibrio tra vita e arte si spezza e Tina sceglie di smettere di rappresentare la vita, il dolore, le tragiche vicende di quegli anni, e decide di viverle direttamente. Nel 1930 a Berlino realizza le sue ultime fotografie, almeno le ultime trovate fino ad ora.

In soli sette anni di produzione e circa 230 fotografie realizzate, Tina Modotti ha saputo lasciare la propria impronta nella storia della fotografia del primo Novecento.